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BARI, SPAZIO MURAT

9 DICEMBRE 2016 > 5 FEBBRAIO 2017

CON
JOHN AKOMFRAH
THE ATLAS GROUP
YTO BARRADA
ROSSELLA BISCOTTI
HO TZU NYEN
JOÃO PENALVA
THOMAS SAUVIN
WU TSANG
A CURA DI
FRANCESCA GIRELLI
DAVIDE QUADRIO

Ogni Mercoledì dalle 11:30 alle 12:30 e dalle 13 alle 14; ogni Sabato dalle 11:30 alle 12:30 e dalle 17 alle 18, secondo il seguente calendario:

  • 17, 21, 23, 28, 30 Dicembre 2016
  • 4, 7, 11, 14, 18, 21, 25, 28 Gennaio 2017
  • 1, 4 Febbraio 2017

Visite guidate in collaborazione con associazione culturale Achrome.

Gli artisti che partecipano a questa mostra smascherano le strategie con le quali il potere, o i poteri, manipolano la storia per imporne letture faziose. Con l’aiuto di strumenti quali la percezione sensoriale, l’empatia, il ritratto psicologico e la seduzione estetica, riportano a galla vicende volontariamente o inconsapevolmente escluse dalle storiografie ufficiali. Le narrazioni al centro delle loro opere sono fili estratti dai tessuti più complessi di cui si compongono le memorie collettive. Le opere esposte non ci parlano direttamente di fatti storici di per sé, ma di danni collaterali, delle strategie di sopravvivenza e in alcuni casi di resistenza, di chi suo malgrado gravitava attorno al loro epicentro. La mostra diventa così un’occasione per riflettere sulle problematiche che ci portano ad avvicinarci sempre di più alla narrazione visuale rispetto a quella logocentrica e, in parallelo, sul ruolo dell’immagine in movimento nel contesto dell’arte contemporanea.

LEGGI TUTTO

  • Sabato 14 GENNAIO 2017 dalle ore 11:00 alle 12:30
    LABORATORIO PER BAMBINI CON THOMAS SAUVIN: LA MIA MINIERA D’ARGENTO
  • Sabato 14 GENNAIO 2017 dalle ore dalle 18:30 alle 20:00
    INCONTRO CON L’ARTISTA: BEIJING SILVERMINE
  • Sabato 21 GENNAIO 2017 dalle 18:30 alle 20:00
    LA FORMA DEL TEMPO
    Domingo Milella in conversazione con Massimo Torrigiani e Francesco Zanot

Ingresso su prenotazione fino a esaurimento posti; costo compreso nel biglietto d’ingresso alla mostra. Gli incontri si terranno in inglese con traduttore italiano. Per tutta la durata degli eventi, la sala cinema della mostra sarà chiusa al pubblico.

Lontano dalla retorica del risentimento, Akomfrah è uno dei più sofisticati interpreti della diaspora della cultura africana in Europa. Nel 1982 ha co-fondato a Londra il Black Audio Film Collective, che nei successivi sedici anni ha realizzato film centrati sulla rappresentazione, e comprensione, di temi come razza e immigrazione da parte dei media. Buona parte del suo lavoro si basa su manipolazioni e re-interpretazioni di film d’archivio. Esplorando e ricontestualizzando materiali storici, Akomfrah produce saggi visivi e racconti fittizi di vite passate. Per riempire i vuoti della storia ed espandere l’idea stessa di documentario.

Nato ad Accra, in Ghana, nel 1957, John Akomfrah vive a Londra. Scrittore, regista e docente, il suo lavoro è tra i più noti nell’ambito dell’arte contemporanea britannica. Dopo aver partecipato alle attività del Black Audio Film Collective, dal 1998 lavora principalmente con produzioni cinematografiche e televisive indipendenti come Smoking Dogs Films e Creation Rebel Films. Il suo lavoro è stato esposto da istituzioni e musei come Documenta 11 (Kassel); centro culturale De Balie (Amsterdam); Centre Pompidou (Parigi); Tate Britain, Serpentine Gallery e Whitechapel Art Gallery (Londra); MoMA (New York).
I suoi film sono stati presentati in festival internazionali come quelli di Cannes, Toronto e il Sundance.

Il suo lavoro è rappresentato da Lisson Gallery (Londra, Milano, New York).

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Peripeteia
Peripezia

Video HD, colore, suono, 18’11”

2012

Per gentile concessione dell’artista e di Lisson Gallery, Londra


La “peripezia” del titolo è un cambiamento di circostanze o una improvvisa inversione di fortuna, soprattutto nei racconti di finzione. Per avviare la narrazione, Akomfrah parte da due disegni, Testa di negro e Ritratto della negra Katherina, rispettivamente del 1508 e del 1520, un tempo usati come referenze nello studio dei caratteri psicologici. Le due opere di Albrecht Dürer sono tra le prime rappresentazioni di neri africani nella cultura figurativa occidentale. L’artista immagina vite e azioni delle due persone ritratte, mettendole in movimento: i protagonisti vagano oggi in una brughiera, incarnando l’assenza di un passato che si insinua nel presente. Accostandoli a immagini di tempi e contesti diversi, come Il Giardino delle delizie di Bosch e fotografie d’archivio da cui emergono sconosciuti del passato, Akomfrah dà vita all’energia figurativa e psichica dei personaggi.

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The Nine Muses
Le Nove Muse

Video HD, colore, suono, 92’

2010

Per gentile concessione dell’artista e di Lisson Gallery, Londra


Strutturato come una favola allegorica, ambientata tra il 1949 e il 1970, The Nine Muses combina materiali d’archivio e nuove riprese per raccontare l’immigrazione di massa nell’Inghilterra del dopoguerra. Ispirato all’epica di Omero, il film si articola in nove capitoli musicali, ciascuno dedicato a una delle Muse. Personaggi solitari intraprendono viaggi nel silenzio più assoluto. Poi la loro voce è sostituita da molteplici altre, intente a leggere
Il paradiso perduto di Milton, l’Odissea di Omero, L’innominabile di Beckett, o da musiche come un dhrupad indiano, Let My People Go di Paul Robeson e le composizioni di Arvö Pärt.

L’artista Walid Raad ha fondato il collettivo fittizio The Atlas Group (Il Gruppo Atlante) nel 1999 a Beirut, in Libano, suo Paese natale. Nato nel 1967 e residente a New York, Raad è professore associato alla Cooper Union School of Art di New York e membro della Arab Image Foundation. Interrogandosi sulla rappresentazione di eventi traumatici di dimensione storica e collettiva, e sul ruolo della fotografia come testimone di violenza, i suoi video, fotografici e letterari, esplorano la storia contemporanea del Libano, con particolare attenzione alle guerre civili che l’hanno coinvolto e sconvolto tra il 1975 e il 1991. Vincitore del Deutsche Börse Photography Prize, dell’Alpert Award for Visual Arts e dell’Hasselblad Prize, Walid Raad ha esposto a Documenta 11, alla Biennale di Venezia, alla Whitney Biennial di New York e all’Ayloul Festival di Beirut, oltre che in numerosi musei in Nord America, Europa e Medio Oriente.

Il suo lavoro è rappresentato dalla Paula Cooper Gallery (New York) e Sfeir-Semler Gallery (Amburgo, Beirut).

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The Dead Weight of a Quarrel Hangs
Il peso morto di un litigio permane

Proiezione a canale singolo, colore, suono, 16’54”

1999

© L’artista, per gentile concessione di Video Data Bank, www.vdb.org, School of the Art Institute of Chicago.


L’opera, suddivisa in tre parti, esplora la possibilità di scrivere una storia sulle guerre civili libanesi, susseguitesi nel Paese tra il 1975 e il 1991, ricostruendone la memoria negata. Una serie di personaggi inventati raccontano la propria esperienza: l’esodo di una famiglia Palestinese, la scoperta di documenti video in una base militare, la storia di un agente segreto incaricato di filmare un tratto di spiaggia a Beirut.

Yto Barrada studia le strategie di resistenza di coloro che vivono sotto le imposizioni dei potenti. L’artista è cresciuta a Tangeri, dove migliaia di persone rischiano e hanno rischiato costantemente la vita provando ad attraversare lo Stretto di Gibilterra, nel tentativo di lasciare il Marocco. Influenzata da questa realtà, la ricerca di Barrada si muove dentro temi come l’immigrazione, il mutamento dei confini tra città e natura, e la conseguente omogeneizzazione della superficie urbana e botanica del suo Paese d’origine. Attenta a ciò che si cela sotto la superficie della sfera pubblica, Barrada esplora le tattiche sovversive della lotta di classe e le forme di sabotaggio utilizzate dagli oppressi.

Artista franco-algerina nata nel 1971 a Parigi, dove oggi vive, Barrada ha studiato storia e scienze politiche alla Sorbona prima di specializzarsi in fotografia a New York. Il suo lavoro – fotografie, film, sculture, stampe e installazioni – è stato esposto alla Tate Modern di Londra, al MoMA di New York, alla Renaissance Society di Chicago, al Witte de With di Rotterdam, alla Haus Der Kunst di Monaco, al Guggenheim di Berlino, al Centre Pompidou di Parigi, al Walker Art Center di Minneapolis, alla Whitechapel Gallery di Londra, e alle Biennali di Venezia 2007 e 2011. Nominata artista dell’anno dalla Deutsche Bank nel 2011, nel 2013-14 si è aggiudicata la Robert Gardner Fellowship in Photography (Peabody Museum, Harvard University) e, nel 2015, l’Abraaj Group Art Prize. Ha pubblicato diversi libri e una monografia, edita da JRP Ringier nel 2013.

Il suo lavoro è rappresentato dalle gallerie Pace (Hong Kong, Londra, Palo Alto, Parigi, Pechino), Polaris (Parigi) e Sfeir-Semler (Amburgo, Beirut).

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A Guide to Trees for Governors and Gardeners
Una guida agli alberi per governatori e giardinieri

2014

Video, colore, suono, 4’;

Carta da parati; 16 serigrafie su carta, 56.5×42.5 cm

Libro, Deutsche Guggenheim, 2011

Per gentile concessione delle gallerie Pace di Londra; Sfeir-Semler di Amburgo e Beirut; e Polaris di Parigi


Il progetto-libro A Guide to Trees for Governors and Gardeners si propone come manuale d’istruzioni per accogliere al meglio un ospite potente in visita in città. La pubblicazione, così come il video, le stampe e la carta da parati, si ispirano all’installazione del 2003 Gran Royal Turismo, in cui l’artista presentava il modellino di un corteo di limousine giocattolo in visita nella strada principale di un’immaginaria e decadente città araba.

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Hand-Me-Downs
Seconda mano

Film, 16mm e 8mm trasferiti in digitale, colore, suono, 14’

2005

Per gentile concessione delle gallerie Pace di Londra; Sfeir-Semler di Amburgo e Beirut; e Polaris di Parigi


Barrada ha assemblato filmati amatoriali girati in Marocco tra gli anni ‘50 e ‘60 provenienti da Cinémémoire, un archivio audio-visivo dedicato a Marsiglia e alle ex colonie francesi. Immagini mosse e sfocate danno accesso alla sfera privata di chi le ha realizzate: sedici racconti familiari sono narrati dalla voce fuori campo di Barrada. Il termine che dà titolo al lavoro, Hand-Me-Downs, si riferisce ai vestiti che si passano in successione tra fratelli e sorelle. Allo stesso modo, le storie passano di mano in mano e ciascuno può indossare le memorie di qualcun altro, come fossero capi di abbigliamento. Raccogliendole insieme ed evidenziandone gli elementi ricorrenti, Barrada compone il ritratto di un Paese e di un momento storico.

Rossella Biscotti utilizza il montaggio come strumento per raccontare storie individuali e le loro rifrazioni con la nostra vita collettiva. Attraverso film, performance e scultura, esplora e ricostruisce momenti oscuri dei tempi recenti, spesso collegati alla vita delle istituzioni pubbliche e governative. L’artista compone le sue storie a partire da incontri, dialoghi e interviste, mentre i luoghi dove queste si svolgono diventano tratti distintivi di sculture e installazioni. Esaminando materiali di archivio e di documentazione da prospettive alternative a quelle della storia, l’artista cuce nuovi legami tra il passato e il presente.

Nata a Molfetta (Bari) nel 1978, Rossella Biscotti vive a Bruxelles. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Napoli nel 2002, ha preso parte a importanti mostre internazionali, quali la Biennale di Venezia, la Biennale di Istanbul, Documenta 13 e Manifesta 9. Ha esposto in mostre personali al Museion di Bolzano, alla Haus Lange/Haus Esters a Krefeld (Germania), al Wiels di Bruxelles, allo Sculpture Center di New York, alla Secession di Vienna, e al CAC di Vilnius. Tra le mostre collettive: ICA di Londra, il MAXXI di Roma e il Museu Serralves di Porto. Biscotti ha ricevuto riconoscimenti tra cui il Premio Italia al MAXXI e il Mies van der Rohe Stipendium a Krefeld (Germania).

Il suo lavoro è rappresentato dalle gallerie Mor Charpentier (Parigi), Prometeo (Milano) e Wilfried Lentz (Rotterdam).

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Pharmaceutical Dreams
Sogni farmaceutici

Stampe cromogeniche, 17×20 cm, incorniciate 37×37 cm; ed. 3+1 A/P

2009-2010

Per gentile concessione dell’artista e della galleria Wilfried Lentz di Rotterdam


Parte di uno dei più importanti progetti dell’artista, 168 sezioni di un cervello umano (2010-14), Pharmaceutical Dreams è una piccola serie di stampe fotografiche cromogeniche tratte da diapositive e negativi. L’immaginario da cui provengono è quello delle cartoline che il produttore del Penthotal inviava ai suoi clienti. Queste fotografie di luoghi turistici, all’apparenza innocue, venivano utilizzate per pubblicizzare il farmaco, reso celebre dal cinema come “siero della verità”, ma utilizzato di fatto per indurre anestesia generale e coma artificiale, ed effettuare iniezioni letali ai condannati a morte.

The Prison of Santo Stefano

La prigione di Santo Stefano

Super-8 trasferito su video, colore, muto, 10’16”; ed. 3+2 A/P

2011

Per gentile concessione dell’artista e della galleria Wilfried Lentz di Rotterdam


Il progetto sulla prigione di Santo Stefano nasce da una ricerca sullo stato di detenzione. Osservando le condizioni di vita di un prigioniero, Biscotti analizza gli effetti psicologici causati dall’isolamento, il cui scopo è la distruzione delle capacità fisiche e intellettuali dei detenuti. L’opera è stata realizzata all’interno della prima struttura carceraria adibita a scontare le condanne all’ergastolo, che aprì le porte nel 1973 sull’isola di Santo Stefano, a 50 km dalla costa italiana. La struttura panottica, sviluppata da Jeremy Bentham (1748-1832), riflette il desiderio dei poteri istituzionali di punire il prigioniero e annullare la sua identità attraverso la sensazione di essere costantemente e inesorabilmente sotto controllo.

Nel corso del suo lavoro, Ho Tzu Nyen ha usato come strumenti regia, pittura, performance e scrittura, per esplorare forme e linguaggi dell’arte, interessandosi soprattutto alla relazione tra immagine fissa, dipinta e in movimento, e ai meccanismi di costruzione delle storie e della storia. Strutturati come miti epici, di cui l’artista esalta la grandiosità, ma anche il ruolo fuorviante, i lavori in mostra, Utama – Every Name in History is I
(Utama – Ogni nome nella storia è Io) del 2003 e The Name (Il nome) del 2015, interpretano l’identità individuale come dispositivo per opporsi alla logorante ricerca di verità univoche, come quelle a cui fanno appello spesso i vecchi, e i nuovi, libri di storia.

Nato nel 1976 a Singapore, dove vive, Ho Tzu Nyen si forma al Victorian College of the Arts della University di Melbourne (Australia) e si specializza in Southeast Asian Studies alla National University di Singapore. Ha esposto in mostre personali alla Substation Gallery di Singapore, al Contemporary Art Centre of South Australia, all’Artspace di Sydney, al Mori Art Museum di Tokyo. Ha rappresentato Singapore alla 54° Biennale di Venezia. Ha partecipato a numerosi film festival internazionali tra cui Cannes e Sundance e partecipato a mostre collettive alla Biennale di Singapore, al Contemporary Centre of Art di Glasgow, al ZKM Centre for Art and Media di Karlsruhe, all’Asia Pacific Triennal di Brisbane, alla Tate Modern di Londra, alla Haus der Kulturen der Welt di Berlino, al Witte de With di Rotterdam.

Il suo lavoro è rappresentato da Michael Janssen Gallery (Berlino).

Utama – Every Name In History Is I
Utama – Ogni nome nella storia è Io

Proiezione HD a canale singolo, audio surround, 16’51”

2015


Secondo la versione ufficiale della storia, Singapore fu fondata nel 1819 da Sir Thomas Stamford Raffles come parte dell’impero coloniale britannico. Al contrario, poco si conosce del fondatore pre-coloniale di Singapore, Sang Nila Utama, che si crede abbia fondato la città tra il XIII e il XIV secolo. Ho Tzu Nyen ha cercato di individuarne le origini, affidandosi a teorie più o meno plausibili con lo stesso grado di veridicità. Nel corso del film, Utama e il suo assistente confondono lo spettatore, indossando le vesti di altri esploratori come Cristoforo Colombo, Vasco de Gama e Zheng He.

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The name
Il nome

Single Channel HD projection, surround sound, 16’51”


L’opera si basa su anni di ricerche dell’artista attorno al misterioso scrittore Gene Z. Hanrahan, autore del libro La lotta comunista in Malesia (Stati Uniti, 1954), di grande significato per la storia del Paese. L’uso di fonti ufficiali inaccessibili e una produzione estremamente eterogenea hanno fomentato l’incertezza intorno all’identità dello scrittore. Ho Tzu Nyen ne interroga la legittimità d’autore, mettendola a confronto con lo stereotipo cinematografico della tradizione Occidentale che vede l’atto dello scrivere come un processo romantico e tortuoso.

I film di João Penalva fondono immagini, voci fuoricampo, spesso in lingue sconosciute,
e sottotitoli per destabilizzare le certezze dello spettatore. Mettono in luce gli stereotipi che definiscono la nostra idea di determinate culture e determinati luoghi, rivelando solo in seguito che ciò che abbiamo appena osservato è in realtà estraneo alla posizione geografica, e al mondo, a cui l’avevamo istintivamente associato.

Nato a Lisbona nel 1949, vive a Londra. Ballerino nelle compagnie di Pina Bausch e Gerhard Bohner, ha intrapreso il lavoro di artista come seconda attività. Le sue opere sono state esposte alla São Paulo Biennale, alla Biennale di Venezia, alla Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen K21 di Düsseldorf, al National Museum of Contemporary Art di Seoul, alla Haus der Kunst di Monaco, alla Hayward Gallery di Londra, al Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean di Lussemburgo, al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid.

Il suo lavoro è rappresentato dalle gallerie Thomas Schulte (Berlino) e Simon Lee (Hong Kong, Londra, New York).

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Kitsune (The Fox Spirit)

Kitsune (Lo spirito volpe)

 Video, PAL, colore, suono, 57’

2001

Per gentile concessione dell’artista e di Simon Lee Gallery, Londra


Il film prende spunto da un paesaggio montano immerso nella nebbia, filmato sul Pico do Areeiro nell’isola di Madeira, in Portogallo. Sfruttando la vicinanza dell’immagine alla tradizione figurativa cinese e giapponese, Penalva inserisce fuori dai margini dello schermo due anziani uomini giapponesi intenti in un dialogo sul magico potere metamorfico delle volpi, simbolo ricorrente della tradizione folcloristica nipponica. L’immersione nel racconto popolare, sovrapposta al paesaggio nebbioso, dà l’impressione che il film sia stato girato in Giappone, mettendo in luce le modalità con cui l’identità culturale é rappresentata.

Thomas Sauvin e Xiao Ma, riciclatore clandestino, si incontrano nel 2009 in un impianto di riciclaggio alla periferia di Pechino. Xiao Ma era intento a gettare rifiuti destinati alla vendita di nitrato d’argento, quali negativi, raggi X, compact disc. Riconoscendone il potenziale valore culturale, Sauvin decide di acquistarli, dando inizio a una collezione che oggi ammonta a circa mezzo milione di immagini realizzate tra il 1985, anno in cui la pellicola si diffonde tra le masse, e il 2005, con il sopravvenire della fotografia digitale. Una volta acquistati, i negativi – in media 9.000 al mese – vengono scansionati da un tecnico, infine selezionati e catalogati dall’artista. Beijing Silvermine è un ritratto della città e della vita dei suoi abitanti dopo la rivoluzione culturale: dall’apertura economica del Paese all’Occidente e la nascita della classe media durante il boom economico, alle migrazioni urbane, i viaggi, il tempo libero. Allo stesso tempo, tocca temi universali come nascita, giovinezza, amore, felicità. Sebbene si tratti in qualche modo di un archivio potenzialmente infinito, la crescente scarsità di materiali di cui Sauvin riesce a entrare in possesso lascia intravedere la morte della fotografia analogica in Cina, di cui il progetto è testimone.

Sauvin ne preserva la memoria storica e iconografica, costruendo gruppi e serie di situazioni, luoghi, pose e gesti, dalla composizione stranamente omogenea, quasi le avesse scattate una sola persona. Il vero denominatore comune, nelle parole di Sauvin, è la “complicità tra il fotografo e il soggetto”.

L’animazione presentata in mostra, dal titolo Recycled (Riciclato, 2013) e realizzata in collaborazione con l’artista e regista di film d’animazione Lei Lei, ridà vita alle scene di vita quotidiana ritratte in una selezione

di 3.000 immagini dall’archivio di Sauvin.

Collezionista di fotografie e photo-editor francese residente a Pechino, Sauvin ha precedentemente esposto Beijing Silvermine, l’opera che presentiamo qui a Bari, alla galleria Paris-Beijing di Bruxelles, al Festival Images di Vevey (Svizzera), al Chicago Museum of Contemporary Photography, al 4A Centre for Contemporary Asian Art di Sydney e al Lianzhou Foto Festival, dove gli è stato assegnato il New Photography Award of the Year 2013. Silvermine, un’edizione limitata di album di fotografie provenienti dal suo archivio, è stato selezionato tra i finalisti del Paris Photo Aperture Foundation First Photobook Award 2013. Collabora dal 2006 all’Archive of Modern Conflict di Londra.

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Beijing Silvermine
La miniera d’argento di Pechino

2009–2016

Per gentile concessione di Thomas Sauvin

Con le sue opere incentrate sui problemi legati alla comunità LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender), Wu Tsang mette in discussione gli stereotipi alla base della sua continua marginalizzazione. Utilizzando la performance come spazio di ricerca ed esperienza diretta, e come uno strumento necessario alla comprensione della realtà, i suoi film e installazioni indagano temi come l’identità di genere, lo spazio sociale, le tensioni tra arte e cinema.

Artista, attivista, performer e regista americana nata a Worchester (MA) nel 1982, vive a Los Angeles. Ha esposto in musei e film festival internazionali tra cui la Documentary Fortnight del MoMA, la Tate Modern di Londra, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, il Whitney Museum e il New Museum di New York, l’Hammer Museum e il MoCA di Los Angeles, la Biennale di Gwangiu in Corea del Sud, la Liverpool Biennial e la Whitney Biennial di New York. Si è aggiudicata il Rockefeller Bellagio Creative Arts Fellow nel 2014 e la Creative Capital Fellow nel 2015. Il suo cortometraggio You’re Dead to Me ha debuttato sulla televisione del PBS (servizio pubblico statunitense) e ha ricevuto nel 2014 l’Imagen Award come miglior cortometraggio.

Il suo lavoro è rappresentato dalle gallerie Clifton Benevento (New York) e Isabella Bortolozzi (Berlino).

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Duilian

Proiezione HD, colore, suono, 30’

2016

Fotogramma dalla documentazione realizzata durante le riprese del film da Ringo Tang. Per gentile concessione dell’artista e della Galerie Isabella Bortolozzi di Berlino


Una storia d’amore fittizia tra la rivoluzionaria poetessa cinese Qiu Jin (1875-1907) e la calligrafa Wu Zhiying (1868-1934). Fonte d’ispirazione dell’artista sono la vita e gli scritti della protagonista, Qiu Jin, giustiziata per tradimento durante la dinastia Qing e alternativamente proclamata, nel corso della storia, martire nazionalista, eroina comunista e icona del femminismo. Combinando realismo magico, documentario e genere kung fu, il film ne disegna un ritratto inedito, concentrandosi sulla sua vita privata e quella della comunità di donne che la circondavano. Il titolo Duilian si riferisce a una tradizionale formula poetica in due versi, ma anche alla categoria di arti marziali wushu, uno stile di duello cinese che combina performance, competizione e danza.

L'ESPOSIZIONE

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1. Thomas Sauvin
2. Yto Barrada
3. Rossella Biscotti
4. Ho Tzu Nyen
5. Cinema

CINEMA

Mar-Sab

Dom

Ho Tzu Nyen, The Name

11:00 / 15:50

11:00

John Akomfrah, The Nine Muses

11:20 / 16:10

11:20 / 16:10

Rossella Biscotti, The Prison of Santo Stefano

13:00 / 17:50

13:00 / 17:50

The Atlas Group, The Deadweight of a Quarrel Hangs

13:10 / 18:00

13:10 / 18:00

Yto Barrada, Hand-Me-Downs

13:30 / 18:20

18:20

João Penalva, Kitsune 

13:50 / 18:35

18:35

Wu Tsang, Duilian

14:55 / 19:40

19:40

John Akomfrah, Peripeteia

15:30 / 20:10

20:10

INFORMAZIONI

Spazio Murat

Piazza del Ferrarese, Bari

www.spaziomurat.it

Per informazioni: Tel. 080 2055856 – www.tramebari.it

Facebook e Instagram: @tramebari #tramebari

Orari di apertura:

  • Mar-Sab 11:00 – 20:30
  • Dom 11:00 – 13:30 / 16:00 – 20:30
  • Lun  Chiuso
  • Aperto il 24, 26, 31 Dicembre 2016 e il 6 Gennaio 2017

Il biglietto d’ingresso alla mostra è acquistabile presso la reception di Spazio Murat

  • Ingresso intero € 3,00
  • Ingresso ridotto € 2,00
    (Valido per minori di 18 e maggiori di 65 anni)

Ingresso gratuito per bambini fino a 10 anni di età.

Ogni Mercoledì dalle 11:30 alle 12:30 e dalle 13 alle 14; ogni Sabato dalle 11:30 alle 12:30 e dalle 17 alle 18, secondo il seguente calendario:

  • 17, 21, 23, 28, 30 Dicembre 2016
  • 4, 7, 11, 14, 18, 21, 25, 28 Gennaio 2017
  • 1, 4 Febbraio 2017

Visite guidate in collaborazione con associazione culturale Achrome.

Con il contributo di

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Organizzato dadoc
in collaborazione con

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Spazio Murat